mi fumo una sigaretta nel terrazzino prima di andare al lavoro. la simpatica nonnina mia vicina, che ha il terrazzo adiacente al mio, dove fauve quand'era qui amava andare a passare i pomeriggi, è stata chiusa fuori dal pidocchietto suo nipotino. la ascolto mentre cerca di convincerlo ad aprire la porta
-dai, apri, guarda che così non vedi il treno che sta passando, dai, vuoi aprire, no, non tirare la tenda, guarda, uh, guarda, sta passando il treno merci, guarda che se non apri e non esci ti perdi il treno merci, uh, guarda che bello il treno merci...
il pidocchietto ha risposto, dall'interno, però, senza aprire la porta, che lui non è woodie guthrie, e che qui non siamo nell'indiana, e neanche in iowa, e che a lui del treno merci non gliene frega poi così tanto...
-allora, umbe, se ti va bene, vengo oggi pomeriggio, da te, e sistemiamo quella cosina
-ok, si... senti, ale, ce l’hai una tuta protettiva?
-perché, c’è anche gino?
-ma no dai, perché dici così, povero gino, no, parlavo di polvere, di acari, di monnezza, della mia casa sporca, dai, perchè, povero gino...
-no, cri, ti sbagli. Se sono nato in ottobre, ho iniziato la scuola quando avevo cinque anni. Cinque, non sei
-no, ai tuoi tempi si iniziava a ottobre
-no, intanto “ai tuoi tempi” sto par di balle, per favore. Tu, forse, ai tuoi, avrai anche iniziato a ottobre; io no, iniziavo a metà settembre e finivo a metà giugno. E dunque avevo cinque anni quando ho iniziato la scuola
-cinque anni... (in romanesco che sembra la ferilli) ammà, a umbè, sò ventisei anni ch’hai iniziato, e ancora n’hai finito...
ridiamo. ridiamo tutti e due. ridiamo, anche se ci sarebbe da mettersi le mani sui capelli. Ridiamo, perché, che vuoi, a ‘sto punto, al punto in cui sono arrivato, tanto vale riderci su
riflettevo sullo strano fenomeno dell'immigrazione e dell'emigrazione. sul fatto che i bisognosi rumeni vengono in Italia mentre i bisognosi italiani vanno in Romania.
eh eh
c'e da discutere, è vero, sui bisogni. ce ne sono di materiali, e ce ne sono, chissà, di spirituali. alcuni bisogni, intendo dire, possono essere soddisfatti qui, e per altri invece bisogna andare là.
perchè mi è venuta questa riflessione? ah si, perchè ho rivisto la rumena che veniva in casa mia per le pulizie, ma anche per portarsi via i cucchiaini e per spaccarmi bicchieri e tazzine.
(stai lì, Baroja, aspetta un attimo, torno subito)
è in arrivo il Grande Vecchio, la Promessa del blues. mi ero ripromesso di non spendere più un soldino per un suo concerto, dopo la delusione di bolzano, ma sia per il fatto che le mie ripromissioni non contano e non valgono poi tanto, sia perchè viene a ugolare a Villa Pisani, così vicino che sembrerebbe un affronto il non andarci, ma anche un ripudio a (quasi) tutto quello che è stato il significato unico e il fine ultimo della mia lunga e travagliata adolescenza, e infine perchè mi hanno chiamato diversi amici per chiedermi di andarci insieme, pensando forse che io possa fungere da oppure dando solo per scontato che ci sarei andato, e comunque sono amici-amici, e dunque non mi tiro indietro per nessun motivo, alla fine, volevo dire solo questo, e finisco, ho il biglietto in tasca anzi ormai si dirà ho la stampa della prenotazione del biglietto in tasca, da cambiare alla cassa.
tornando a cose serie, ieri al lavoro ho provato una gioia e una soddisfazione di cui non godevo da tanto tempo, e parlo del fatto di avere vicino un pidocchietto, un subalterno. pidocchietto, poi... non nel senso dell'età, che questo, se mi mette le mani addosso, mi gonfia e mi rovina. dico nel senso dei ruoli, delle competenze. sarà lui che mi sostituirà tra qualche settimana, io sono arrivato alla fine, almeno in questo campo. almeno per ora. subalterno, dicevo. lo so che non sono cose belle da dire, ma è assolutamente così, una grande soddisfazione. era dai tempi di gino che non avevo questo piacere, il piacere di dire a uno "vai di là a fare questo lavoro, chè io faccio le pizze", oppure "fai le pizze chè io vado a fumarmi una sigaretta" o ancora, anzi, meglio "fai le pulizie, chè io vado a casa"
blog come momento di pausa, come momento di scrittura che è interruzione di un'altra scrittura, appena più impegnativa. e dunque, visto che siamo partiti così, il titolo di oggi sarà "de blogghibus" (non sarà oggi, che comincio a omettere il titolo ai miei post). de blogghibus, eravamo rimasti a de blogghibus. ah si. de blogghibus. tipo cinema che indaga il cinema. o tipo il pelino di barba che, appena diventa lungo un millimentro, sente l'ansia da distacco dalla pelle, la paura dell'ignoto, gli manca la terra sotto i piedi, l'ala protettrice della massa amica dei peli, del branco omologatore, e non sapendo che direzione prendere, pensa bene di tornare indietro e si ritorce e, bastardo, ti rientra da dove se ne è venuto facendo un'inversione a u un testacoda pericoloso incurante delle conseguenze e dei rischi e ti procura un male indicibile e così credo di aver reso l'idea di quello che intendo dire dovendo parlare di una cosa che si rivolge a e si piega su se stessa. ma, nello specifico, non fa male come il pelino di barba vigliacco di tre righe sopra.
blog dunque che è pausa. che è riflessione. che è tensione e dissociazione tra il certo e il non vero. e che cerca di ridurre e magari di colmare, con l'inganno, o l'illusione, quella distanza.
blog che è incomprensione quando mi si chiama e mi si insulta e poi mi tocca spiegare e giustificarmi.
blog che è "attento che il messaggio subliminale è".
blog che è conoscenze più o meno virtuali.
ma soprattutto
blog che è veicolo di informazioni tipo hai sentito la bella notizia si l'ho letta.
blog che è alep che mi chiama per raccontarmi una chicca di gino che non può non essere inserita qui, e che se non me la dovessi ricordare, lo richiami pure, che me la ripete, che alla fine tutta questa fatica nasce appunto per raccontarvi di gino e delle sue imperdibili manifestazioni.
blog che è il sorriso di un amico che ti legge da vicino e di uno che ti legge da lontano, e magari si sente meno lontano.
e solo questo (che giorno è oggi? ...porca sozza inizia pure a fare caldo) vale il gioco
ma voi stavate aspettando di sentire di gino.... e siete ancora lì solo per quello... avete ragione.
dunque, il fatto è questo: ale p e gino gironzolano spensieratamente tra gli stands della fiera campionaria, quando, attratti non ho capito se dalla ciccetta dello stand o proprio dal prodotto esposto, che poi altro non era che una suoletta in carbonchio, no, in carbonio, si fermano e danno modo alla ragazza di partire con l'opera di convincimento. a un certo momento la signorina, rivolgendosi a gino cercando di persuaderlo della qualità della suola, gli dice "dai (però avrà pensato "dai, gino"), provale, mettile, sentirai come..." e gino "ma come, così, su due piedi...", e non si capisce mai, perchè l'espressione del suo viso è sempre uguale, se è una cosa consapevole, la sua, o se invece...
che sorpresona, che bellissima cosa!
mi ha chiamato il cavaliere ciclamino, oggi, per usare un po' di metonimie (e qui mi è toccato cercarmi in un vocabolario il significato di metonimia, non pensate che lo sapessi), il malabarista, fred, l'equilibrista, chiamatelo come volete, l'unico che poteva salutarmi con un caldissimo "olà umbertinho" e io scemo a non riconoscerlo ma, più che altro, non potevo pensare a lui, al fatto che potesse essere a padova anzichè in qualche paese latino-americano, e sono rimasto lì come uno scemo per qualche secondo, ma poi ci sono arrivato, e non ci ho più visto per la contentezza.
che bellezza...
qui si impone la programmazione di un super barbecue, senza dubbio.
non si discute nemmeno, è cosa già fatta.
vino, chitarre, vino, chiacchere, vino, racconti, vino, scherzi, vino, amoreggiamenti, vino, vino.
nel modo più assoluto.
-cala a boca, filho! intima giustamente a uno dei due suoi bambini, dal momento che disturbava il nostro colloquio
si, pidocchietto, per favore, stai zitto e non rompere
e l'altro
-mamma, posso andare in bagno?
-filho meu, che ci devi andare a fare in bagno? stai lì e stai buono
si, piccoletto, cosa ci dovrai mai andare a fare in bagno, dai, non rompere, stai zitto e stai buono
e così dopo aver conosciuto mesi fa la discendenza dell'amata lettrice, oggi ho avuto il privilegio di conoscere la prof. di lingua nella sua funzione di mamma, e di conoscere appunto i suoi due pidocchietti.
due vispi e simpatici pidocchietti.
ma proprio simpatici, davvero
e veggio 'l meglio
et al peggior m'appiglio.
vamos a ver.
nella mia ossessionante ricerca dell'originalità approcciativa (chè non ho altro da presentare, e dopo vado a dire qualcosa al riguardo) non sono mai arrivato a tanto. bisognerebbe comunque poi anche stabilire dove finisce l'originalità e comincia la deficienza pura.
se lei mi fa sapere che in lei gli asparagi hanno un effetto afro... afro... afrodionisiaco, allora io vado da lei con una pizza agli asparagi. tanti, asparagi. una montagna, anzi un campo, quale campo, un podere intero, di asparagi, l'impero degli asparagi, direi.
ma se lei fa sapere a lui questa storia degli asparagi, che fa lui, il tipografo delle cartine stradali per bambini? si presenta all'appuntamento, al loro primo, a quel primo senza gli amici, da soli, loro due, si presenta con un mazzo, un mazzolino di asparagi. legati e infiocchettati.
-usciamo?
-si, aspetta, li metto in un vaso... che dici, stanno bene qui in sala?
si, si, che belli, proprio una bella composizione
dicevo, dunque.
invece di studiare, e scrivere, e soprattutto scrivere, che il tempo fugge e non s'arresta etcetera e via dicendo, invece di fare questo, passo il tempo a meditare. sull'essere e il divenire. non il mio divenire, sia detto, che l'unico mio divenire sembra essere l'invecchiare. no, il divenire degli altri. e lo stesso posso dire per l'essere, chè meditare il mio essere può indurre sonnolenza, quando non arrivi a indurre un malessere diffuso su tutto il corpo che sconfina in un leggero stato di depressione. e dunque medito l'essere e il divenire degli altri. che sembra più interessante.
non è modestia, e non è falsa modestia. è un quadro così netto, così pulito da sembrare
una fotografia. un quadro con linee e contorni precisissimi, mai morbidi, se non quando vanno a delineare la mia panza.
scherzo, è solo un giochetto*
*now you're probably wondering about now
just what this song is all about
what's probably got you baffled more
is what this thing here is for
it's nothing
that's something I learned over in england
a questo punto probabilmente vi domanderete
di cosa parla questa canzone
e quello che vi stupisce ancora di più
a cosa serva quest'affare qui
non è niente
è un giochetto che ho imparato in inghilterra
(I shall be free no.10, Another Side of B.D., 1965)
ritorno in macchina ascoltando e riascoltando e cantando a squarciagola pieces of me, questa stupenda canzone dell'amico che altro che walter nudo al ritorno dall'isola dei famosi, la sua si che è una barba, e questa canzone quasi mi commuove, chè oltre al fatto di essere molto bella, mi riporta alla memoria quel periodo non dirò felice per carità o più felice di questo perchè non corrisponderebbe al vero ma quel periodo almeno in cui le gambe mi reggevano in piedi e c'avevo un'ulcera in meno e non dovevo pagare una badante, ma non è questo adesso il punto.
avevo raccomandato a vivi, oggi, di tirarmi su la giulia, stasera, che sti giorni è un po' giù di morale, e di ubriacarla, e in effetti quando le raggiungo dopo il lavoro constato con piacere che vivi ha fatto quello che doveva fare. c'erano due occhietti rossi e lucidi in mezzo a una faccetta bianca chiusa in un mazzolino di capelli biondi che sorridevano.
micaela l'amica rumena arriva con un tipo che mi dicono essere suo moroso però venerdi scorso era con un altro che mi dicevano essere, a quell'epoca passata e direi anche superata, il suo moroso. dico a giulia com'è? sta ragazza cambia moroso più spesso di quanto io cambi le mutande e lei mi dice però, complimenti, e io dico vabbè che sei ubriaca ma la mia era una forzatura, chiaro, una battuta, e comunque dovresti preoccuparti più per l'equilibrio e la stabilità della tua amica che per la mia igiene. la quale, si, ok, non voglio dire, però, che c'entra, adesso, stiamo parlando di un'altra cosa...
ad ogni modo, il tasso alcolico nel sangue di queste amiche era niente in confronto a quello presente nel sangue del mio capo, stasera. mai visto, così. non solo biascicava le parole e barcollava, cose già viste. per camminare, oggi, appoggiava le stanche membra al muro e per spostarsi rotolava il corpo su se stesso. e avendo bisogno di un muro per stare in piedi, si faceva su e giù il perimetro della sala, appoggiandosi ogni tanto pure sulle spalle dei clienti, seduti e ignari e però subito edotti, loro malgrado.
gino e ale mi mandano un messaggio chiedendomi se ho compiaciuto. si, amici, ho compiaciuto, che cosa volete che vi dica...
prosit.
e dice che questo fatto, adesso, li ha uniti ancora di più...
-quale fatto?
-questo
-questo cosa?
-questa situazione, questo problema...
-ma di che parli?
-della telefonata di ieri
-quale telefonata?
-della sua telefonata di ieri, di che cosa vuoi che parli
-dunque, vi siete sentiti
-eh no, me le invento, le cose
-e ti avrebbe detto una cosa...
-si, mi ha parlato appunto di questo che le è successo
-ma, scusami, alla fine, che le è successo?
-mi prendi in giro?
-no, ma se non me lo dici...
-senti, non c'ho voglia di dirtelo. e poi sono cose personali, e pure delicate. se non lo capisci... ti basti sapere questo, dice che ora hanno un legame in più
beh, sta cosa mi dispiace, ecco. che sia successa, ma forse mi dispiace anche di più (cosa di cui dovrei forse vergognarmi) che sia successa a loro due.
a loro due anzichè a noi due.
si, credo che la cosa stia proprio così.
chissà, forse sono geloso.